Polemica foibe, ANPI Rufina: “Nessun negazionismo. L’eredità del fascismo e dell’occupazione italiana…”

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“Non siamo di fronte ad alcun negazionismo, ma al tentativo per noi imprescindibile di contestualizzare le vicende nel momento storico nel quale accaddero, senza cedere ai vari tentativi di riscrittura della storia”. Inizia così la nota di ANPI Rufina che entra nel merito delle polemiche politiche scaturite dopo l’incontro di lunedì scorso per ricordare le vittime delle foibe.
Il capogruppo di Insieme per Rufina Chiara Mazzei aveva parlato di “ennesimo episodio negazionista e giustificazionista di ANPI” (LEGGI QUI) dopo che un loro rappresentante aveva letto una nota in cui si sosteneva “che il dramma delle Foibe è stato costruito a tavolino dalla destra”. Mazzei aveva chiesto chiarimenti al sindaco Vito Maida che aveva risposto sottolineando la bontà dell’iniziativa ed il fatto che Mazzei non aveva parlato durante l’evento, ma solo dopo per strumentalizzare la vicenda (LEGGI QUI).
ANPI, rendendo pubblica la nota della discordia, utilizza le parole di Angelo Del Boca, partigiano e primo storico italiano che ebbe il coraggio di denunciare le atrocità compiute dalle truppe italiane nella zona slovena della Jugoslavia e nelle colonie.
Questo “giorno del ricordo” è una sorta di compromesso che non ha alcun fondamento storico, dimenticando che le foibe e l’esodo dei giuliano-dalmati costituiscono una diretta eredità del ventennio fascista e dell’occupazione italiana dei Balcani durante la Seconda guerra mondiale.”

Di seguito la nota completa di ANPI Rufina:

Abbiamo poco da aggiungere a questa vicenda, se non rendere pubblico ancora una volta il nostro Comunicato letto da un membro del direttivo all’iniziativa in questione.
Confermiamo questa posizione che è stata maturata negli anni, discussa, studiata ed approfondita ed alla fine acquisita come tale.
Dal testo stesso i lettori si renderanno conto che non siamo di fronte ad alcun negazionismo, ma al tentativo per noi imprescindibile di contestualizzare le vicende nel momento storico nel quale accaddero, senza cedere ai vari tentativi di riscrittura della storia che osserviamo ormai quasi quotidianamente.
Ci sentiamo di rassicurare Mazzei (che saremmo stati ben lieti di ascoltare in assemblea, ma che invece ha preferito tacere) poiché non sta a noi parlare delle vicende del Fronte Orientale nelle scuole; la nostra sezione, che vive esclusivamente dei contributi dei nostri iscritti, è tuttavia orgogliosa di farlo assieme alla direzione didattica ed all’Amministrazione comunale, raccontando la Costituzione nata dalla Resistenza, i partigiani rufinesi e le vicende locali, su tutte la strage nazifascista di Berceto nella quale fu ben chiaro a tutti chi furono le vittime e chi i carnefici.

IL GIORNO DEL RICORDO Qual è la verità sulle Foibe e sull’occupazione fascista dell’ex-Jugoslavia ?

In Italia il 10 febbraio si ricordano le foibe e l’esodo degli italiani di Istria e Dalmazia.
“Questo “giorno del ricordo”, così come viene celebrato dal 2005, è una sorta di compromesso che non ha alcun fondamento storico dimenticando che le foibe e l’esodo dei giuliano-dalmati costituiscono una diretta eredità del ventennio fascista e dell’occupazione italiana dei Balcani durante la Seconda guerra mondiale.”
Così si esprime Angelo Del Boca, partigiano e primo storico italiano che ebbe il coraggio di denunciare le atrocità compiute dalle truppe italiane nella zona slovena della Jugoslavia e nelle colonie.
Tra il 1941 e il 1943 circa 150 mila sloveni scomparvero. Cifre enormi anche se basta pensare che nell’isola di Arbe, sede del principale campo di concentramento italiano per jugoslavi, il tasso di mortalità era di oltre il 19%, e quindi superiore a quello dei campi di sterminio. E dopo il ritrovamento dell’armadio della vergogna si sono avute ulteriori conferme”.
Ancora usando le parole di Del Boca: “Questa commemorazione è una battaglia strumentale della destra che si pone in contrapposizione alla Giornata della Memoria alla quale anche i partiti di sinistra si sono adeguati per non lasciare il monopolio assoluto all’altra fazione. Il revisionismo in Italia ha fatto grandi progressi”. Così approfondire, parlare di foibe, esodo e storia dell’occupazione fascista oltre i confini del nord est, vuol dire rendere più attuale la consapevolezza che quelle atrocità non si debbano ripetere.
Non si può capire l’azione congiunta di partigiani jugoslavi ed italiani che ha generato le foibe e l’esodo di migliaia di italiani da quelle terre, se non si ripercorre la storia del Novecento a partire da quando l’Italia, vincitrice nella Prima guerra mondiale, ingloba nel proprio territorio 327 mila sloveni e 152 mila croati, ed anziché scegliere la strada del rispetto per le minoranze, sceglie quella dell’assimilazione forzata e brutale basata sull’annientamento del popolo slavo.
Questo processo imposto dal fascismo in Istria e nell’alta Venezia Giulia portò alla soppressione totale delle istituzioni slovene e croate, al divieto dell’uso del serbo-croato ed all’imposizione dell’italiano come unica lingua nelle scuole, (da cui furono licenziati gli insegnanti di madrelingua slava) e negli uffici pubblici dove vi fu una fortissima limitazione nell’assunzione di impiegati sloveni. Vennero eliminate le banche slovene e croate. Scomparso quindi ogni diritto a tutela dell’identità slava, si arrivò perfino all’italianizzazione forzata dei cognomi, che peraltro nei decenni precedenti erano stati slavizzati dai preti slavi negli atti di nascita.
Ciò a testimonianza di dove possano arrivare la spinte nazionalistiche dovunque si trovino. Anche la gerarchia ecclesiale vaticana fece la sua parte nel “programma” rimuovendo dall’incarico i vescovi slavi di Gorizia e Trieste ed abolendo l’uso della lingua locale nelle funzioni liturgiche. Programma che l’Italia fascista cercò di completare nel 1941, quando incorporò nel proprio territorio la parte meridionale della Slovenia.
I risultati di questa condotta sono tristemente noti: 13 mila uccisi, fra partigiani e civili; 26 mila deportati in campi di concentramento; 83 condanne a morte, 434 ergastoli, 2695 pene detentive per un totale di 25.459 anni. Non uno solo dei generali italiani che hanno operato nei Balcani, tra il 1941 e il 1943, ha pagato per i suoi crimini. Così come nessun generale o gerarca fascista ha pagato per le stragi, le deportazioni, l’uso dei gas in Etiopia e in Libia. Alcuni di costoro, anzi, hanno avuto incarichi ed onori dagli stessi governi della Repubblica, nata dalla Resistenza.
Chi sperava in una “Norimberga italiana” è rimasto deluso a tal punto che Roma nel dopo guerra assunse la deprecabile decisione di non consegnare a paesi stranieri criminali di guerra; soltanto Belgrado ne aveva richiesti 750.
Gli eventi legati alle foibe si inseriscono nel quadro, tracciato sopra, di soprusi perpetrati dall’amministrazione fascista e della lotta di liberazione dal nazifascismo che ne seguì. Mentre esprimiamo rispetto per le vittime innocenti causate da tutte le guerre e in misura drammatica dalla seconda guerra mondiale, causata dai regimi nazista e fascista, ribadiamo che tra le scelte per cui ognuno poteva optare in quel periodo difficile, la scelta a favore dei regimi nazifascisti era quella sbagliata.

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Redazione

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